F1 2014. Il Finale

Uno è biondo, bello e figlio di papà. Togliendo qualunque accezione negativa, sia chiaro, da questo appellativo. Nico Rosberg si trova con merito, a 29 anni, a lottare per il suo primo titolo, con 26 podi e 8 vittorie in 166 gare, a 29 anni, appunto, papà Keke era appena debuttante in F.1.

È quasi apolide oppure, come dicono quelli che ne sanno, è uomo di mondo. Nato in Germania da padre finlandese nato a sua volta in Svezia, ha doppia cittadinanza tedesca e finlandese, pur avendo vissuto sempre, praticamente da quando era bambino, nel Principato di Monaco. È poliglotta, visto che parla fluentemente Italiano, Francese, Tedesco, Spagnolo, Inglese e mastica anche Finlandese, per la gioia di papà. È arrivato in Formula 1 nel 2006 dopo aver fatto gavetta, e aver vinto, con i Kart, la Formula BMW, la Formula 3 e la GP2. Per alcuni è il più veloce, per altri è il più freddo, per altri è il favorito, per altri è il destinato. Nel senso di stabilito, non fortunato. Fomentando le voci e la sempreverde moda che consiste nel cercare e trovare il complotto, e i dietrologismi, un po’ ovunque. Le malelingue dicono, scuderia tedesca, pilota tedesco. Nella stagione, Nico ha dimostrato di saper essere sia veloce, sia freddo, sia calcolatore. Come il pilota tedesco per eccellenza. O magari è solo sbadato, come quando in Belgio ha colpito il compagno Hamilton concludendone, di fatto, la gara e incrementando il proprio vantaggio. Salvo poi scusarsi, perché l’eleganza a Monaco, dove lui abita, è di casa.

L’altro è scuro, forse meno canonicamente bello ma con tanta personalità, e si è fatto da solo. Come ogni rapper che si rispetti, e l’hip hop si sa, e si vede dall’abbigliamento, è una delle sue passioni. Il Nero, questo uno dei suoi soprannomi, ha dimostrato in tante occasioni di essere probabilmente il più veloce. Non necessariamente il migliore, non necessariamente il più vincente, ma il più veloce. Lewis Hamilton padroneggia una velocità pura e istintiva che altri piloti potrebbero e forse dovrebbero invidiargli. E, grazie all’esperienza, oggi è sempre più veloce. Una velocità sempre meno influenzata da quell’essere impetuoso che lo ha fatto per tanti anni il pilota di un affascinante aut-aut. Sì, perché Hamilton storicamente, o vince, o non finisce per niente la gara. Un po’ come se le altri posizioni, quelle dalla seconda in giù, non possano riguardarlo da vicino.

Hamilton, il mio pilota preferito da sempre, e voglio ricordare che a Top Gear, il famosissimo programma automobilistico inglese, Hamilton ha partecipato due volte come (Formula 1) Star in a Reasonably-Priced Car.

Come Vettel, come Button, come Barrichello, come Damon Hill e come Stig stesso. Mica gli ultimi arrivati quando si tratta di guidare veloce. Stessa auto, Suzuki Liana; stesso circuito, Dunsfold Park. Tempi ben diversi.

Sì, perché mentre tutti gli altri si sono adagiati intorno al tempo di 1:44, Hamilton ha bruciato tutti con un incredibile 1:42.9. Mica poco, se considerate che c’è chi ha vinto un campionato per pochi millesimi.

Irrilevante, dirà qualcuno, ai fini della Formula 1. Forse.

Certo è, che in questa Formula 1 delle polemiche e dei nuovi circuiti costruiti e appaltati a suon di milioni in parti del mondo dove un’auto di F1 forse non sanno nemmeno che aspetto abbia; in questa Formula 1 insonorizzata e temporaneamente orfana di una Ferrari che al momento non sembra essere in grado di tornare competitiva, quest’anno, come sempre, alla fine saranno contenti i tedeschi della Mercedes. Che si godano il momento, perché poi torniamo noi. Certo, non subito.

Perché ora, come dice un italiano che l’inglese lo mastica bene,

-is the time of lunch-.

f1 abu dhabi 2014

 

Novembre, 2014

testo di A. Saetta Vinci

 

 

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