Dopo il debutto dell’assistente IA di Meta, Muse – quello che fra le altre cose ha costretto i Muse, la band, a cambiare nome utente sui social – l’azienda guidata da Mark Zuckerberg ha lanciato un’applicazione dedicata per macOS.
A differenza dei tradizionali assistenti virtuali basati solo su testo e risposte a comandi (prompt), l’app desktop di Muse si interfaccia direttamente con i file locali e le applicazioni native del Mac.
L’agente è in grado di interagire con app come Messaggi, Mail, Calendario, Note e il file system locale.
Sì, anche a noi suona un pochino invasivo.

Attraverso questa integrazione, Muse può svolgere compiti complessi su più livelli al posto dell’utente, come ad esempio organizzare documenti nelle cartelle, compilare moduli, programmare appuntamenti incrociando le e-mail con il calendario o estrapolare informazioni dalle chat e dalle note per sintetizzare report e pianificare attività.
Meta, che non è nuova ad accuse di invasione della privacy, ha risposto ai dubbi e alle accuse mettendo la patata bollente in mano all’utente: sarà l’utente a decidere quali accessi concedere a Muse.
Tutto molto bello, il problema è che sappiamo come va a finire in questi casi: è la stessa dinamica di chi accetta tutti i cookies senza nemmeno leggere.
Il potere della convenienza batte la necessità di privacy per una larghissima fetta dell’utenza.
Per quanto ci riguarda, ci teniamo ben lontani da Muse.
