Le Bahamas. Quel che c’è oltre la cartolina

Le Bahamas condividono con quasi tutto il resto delle Americhe una storia trivellata da conquiste e occupazioni. Abitate inizialmente dai Lucayan, ceppo di lingua Arawak e parte del popolo caraibico Taíno. Gli stessi Taíno che, prima di scomparire, ovviamente a causa di un sistematico genocidio, abitavano in parte anche il Guatemala, Cuba, Porto Rico e la Repubblica Dominicana. Poi, dopo Colombo, le Bahamas divennero colonia britannica nel 1718 e oggi fanno ancora parte del Commonwealth britannico. Che è un po’ come far parte di una chat su Whatsapp con tutte le ex mogli di tuo marito. Ora, al volo, senza guardare l’atlante, la capitale delle Bahamas? È Nassau. Battetevi un cinque e offritevi un caffè da soli se già lo sapevate. Offritevi anche una birra se sapete qual è la seconda città più importante delle Bahamas. È Freeport. Sono a Freeport. Freeport ha 47.000-e-qualcosa abitanti. Per darvi un’idea, sappiate che in provincia di Milano, partendo proprio dal comune di Milano, bisogna scendere fino al comune di Paderno Dugnano (appena sotto i 47.000) per trovarne uno meno popoloso di Freeport. Freeport, che in base a quel che vedo e a quel che mi è stato detto, sta a Nassau come Barcellona sta a Madrid. Come Nizza sta a Parigi. Come Marina di Bibbona sta a Roma. No, scusate. Ignorate quest’ultima. Ufficialmente, la percentuale di alfabetizzazione (nel 1995!) era del 98,2 %. Non ridete, in Spagna, Portogallo, Malta e Argentina nel 2013 era, anche se di poco, inferiore.

Alle Bahamas si parla un Inglese vicino al Creolo. Viene parlato come lo si parla nella Florida del Sud, con le vocali arroganti, le sillabe centrali abbreviate e la sillaba finale smangiucchiata. Il tutto con tono in crescendo. Quindi, chiedendo in un bar dove si trovi un determinato negozio, ad esempio, una risposta come “Go to the store out-front”, che vuol dire andate al negozio là davanti, suonerà un po’: “Go t‘ st’re ou’ fr’OAN” Immaginate un rapper di Miami o di New Orleans che ha lavorato tutta la vita in California ed è abituato a parlare con il cervello imbenzinato di alcol. Immaginate Lil Wayne, ma con una voce vagamente normale. Mentre mastica tabacco. Il primo contrasto netto sta nei colori. Freeport è un’esplosione di toni sbiaditi. Il grigio è assente, eppure non c’è nell’aria quella brillantezza e lucentezza, quel contrasto vivido che si trova in molti posti di mare come, senza fare nemmeno troppa strada, in Puglia per esempio. Freeport è un’immagine con luminosità eccessiva ma saturazione ridotta. Che contrasta molto con l’onnipresente mistura di colori. I muri sono rosa, rossi o verdi. Sbiaditi. Le palme sono verde sbiadito. Anche le auto sono colorate, raramente nere o grigie, ma spesso in giallo sbiadito o arancio o blu sbiadito. Le auto, per ovvie ragioni logistiche, vengono importate dagli Stati Uniti e quindi il volante si trova nella parte sinistra dell’auto. Ma si guida nella parte sinistra della carreggiata. Le auto. Le auto a Freeport sono un ossimoro cacofonico di inadeguatezza. Auto che non guidereste mai, e dico mai, e ripeto mai, a Firenze o Ancona o Genova o Torino. Ma nemmeno a Napoli o Brindisi o Marsala. Quel che fa impressione è il (non) criterio con cui i Bahamensi (Bahamiani? Bahamesi? Bahamini?) se ne curano. Il motore raglia e stride, le sospensioni sobbalzano e cigolano, i freni fischiano e servono più a creare suono che a fermare l’auto, la carrozzeria varia di colore ma mai di tonalità. La tonalità è sempre e comunque ruggine. Rosso-ruggine, verde-ruggine, bianco-ruggine. PERO’ i cerchi sono cromati, nuovi e lucenti. I fari non funzionano (quando va male), vanno a intermittenza (quando va bene), PERO’ il porta-targa è, avete già capito, cromato, nuovo e lucente. I sedili sono sgualciti, strappati e sporchi, PERO’ il volante è rivestito in (finto) pelo d’orso. Rosa. Di solito.

In mancanza di auto da noleggiare, prendo uno scooter. Il tipo che lavora al noleggio è aggressivo e grosso. In teoria, parla Inglese come chiunque altro qui, in pratica dice solo “no”. “Cosa copre l’assicurazione?” “No” “Quando parla di noleggio giornaliero, intende ogni 24 ore o c’è un orario limite prestabilito?” “No” Mi consegna le chiavi e salgo sullo scooter, di una marca che sono certo non sia conosciuta nemmeno nel Djibouti. Mi strattona per farmi scendere dalla sella. Mi spiega come mettere in moto. Mi ha fatto spegnere lo scooter, per potermi spiegare come metterlo in moto. “Non penso sia particolarmente difficile”, gli dico. “No”, dice lui. “E’ necessario riportare lo scooter con il pieno?” Sì. È l’unica risposta affermativa che ricevo. “Se penso che non ci sia il pieno, paghi il doppio”, mi dice il tipo. È quel –se penso- che mi preoccupa. Lui sorride. Anche senza farci particolarmente caso, si nota subito che gli mancano un canino e un molare sull’arcata superiore. Sembra un pugile trasformato in imprenditore. Mi strattona di nuovo per farmi salire nuovamente sullo scooter. Freeport, inland. L’entroterra di Freeport. Qui, il lungomare è già un ricordo. È un quadro di decadenza e teatralità. Ogni elemento sembra poggiato lì secondo copione. Strade lunghe e larghe e infinite, ma vuote. Andando verso ovest da Lucaya Beach, c’è un checkpoint militare abbandonato. I chilometri scorrono e la benzina va giù come se il serbatoio fosse bucato. E può darsi che lo sia in effetti. Non ci sono distributori in vista, e il panorama rimane uguale a se stesso. La lingua centrale di asfalto è accompagnata, a sinistra e a destra, da sterpaglia. Un groviglio di erba secca e bruciata, con pochi alberi. Tra gli arbusti c’è anche un autobus abbandonato e arrugginito.

Un vecchio autobus abbandonato a Freeport

Continuando sulla Sunrise Highway c’è l’International Bazaar.
Una fotografia di quel che accade quando un centro commerciale all’aria aperta invecchia, e invecchia male. Un fantasma allestito a festa. I colori e le decorazioni ci sono ancora, tutto il resto, vitalità e clientela, è andato perso. La maggior parte dei negozi ha l’ingresso sbarrato e persino il legno delle sbarre è consumato e marcio. Alcune bancarelle sopravvivono grazie, presumo, a preghiere, testardaggine e buona volontà dei commercianti, quasi tutti anziani, sciupati e sdentati. Adoro questo posto. C’è qualcosa di tremendamente affascinante per me nei luoghi semi abbandonati e decadenti. Acquisto un cappello che non metterò mai (e che ho dimenticato in hotel prima della partenza), e una statuina in legno intaccata a mano e ricoperta di una patina che sembra lacca. Le Bahamas sono un gruppo di oltre 700 piccole isole ma quel che ho visto qua non era quello che mi aspettavo. La cucina è spettacolare, l’oceano è freddo ma il clima è caldo quindi puoi farti il bagno anche a Febbraio. Sono essenzialmente un paradiso fiscale, quindi la fonte di sopravvivenza dell’isola è il turismo; economico, fiscale e opportunista. Ma non è un Paradiso. Forse è quel che il Paradiso diventa quando tutti prendono e pochi restituiscono. E quando nessuno se ne cura per decenni. C’è tanta umanità in questo posto, ma onestamente anche molta malinconia. C’è un’immagine forte, mi è rimasta impressa ed è tornata a casa con me. Camminando verso il parcheggio del Bazaar, dove ho parcheggiato il mio scooter, (ah, a proposito, il tipo che mi strattonava ovviamente mi avrebbe poi fatto pagare il pieno. Doppio), un uomo molto vecchio spinge, zoppicando, la propria carrozzina vuota.

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categoria: viaggio
luogo: Freeport, Bahamas (Febbraio 2013)
testo & foto: Alessandro Renesis / Ale S.

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