
Volkswagen e i sindacati tedeschi hanno trovato un accordo per evitare scioperi e tracollo del colosso automobilistico che ormai è sempre meno colosso.
L’epilogo della trattativa è stato considerato un successo, il che fa capire le condizioni in cui versa l’industria auto tedesca, e di conseguenza europea.
Grazie a questo accordo, si eviteranno infatti licenziamenti diretti, tagli salariali e chiusure di stabilimenti.
Ma questo risultato verrà raggiunto con una ristrutturazione che taglierà 35.000 posti di lavoro entro il 2030.

Tradotto, a nessuno verrà detto “sei licenziato”, ma a 35.000 persone nei prossimi cinque anni verrà detto, “la tua posizione e il tuo ruolo all’interno dell’azienda non esistono più, quindi non possiamo più tenerti”.
Se vi state chiedendo quale sia la differenza fra ‘tagliare’ posti di lavoro e licenziare, be’, non siete gli unici.
All’atto pratico, non c’è.

La situazione per i costruttori tradizionali si sta facendo grottesca.
Il Gruppo Volkswagen era in cima al mondo prima del ‘dieselgate’, ma il dieselgate ha dato al gruppo un colpo pesantissimo sotto tutti i punti di vista: finanziario, d’immagine, di vendite.
Il dieselgate ha anche innescato, o se non altro accelerato, la transizione elettrica a cui proprio Volkswagen, come tanti altri brand, non riesce star dietro.

I risultati di vendita sono veramente scioccanti.
Nel mese di ottobre, Volkswagen è riuscita nell’impresa di vendere meno elettriche (negli USA) di Fisker, un brand in bancarotta che sparirà entro un paio d’anni al massimo.
Roba da non credere.
