Uno degli svantaggi dell’elettrico inizia a palesarsi

Il problema principale della ‘transizione’ verso la mobilità elettrica è che da subito stata trasformata in una battaglia politica e politicizzata.


Le case auto sono costrette a scontrarsi con regole spesso distaccate dalla realtà, con conseguenze aziendali a volte paradossali.

L’esempio principe è Volkswagen, che è bene ricordarlo questa transizione l’ha indirettamente (e accidentalmente) accelerata con lo scandalo emissioni.


La casa tedesca, che ha sotto la propria egida una marea di marchi auto, ha detto chiaramente che sì, VW Group è ancora uno dei principali al mondo, ma il marchio Volkswagen stesso è da considerarsi quasi perso.

Questo perché le risorse destinate a Polo e Golf, auto che si vendono, sono state sviate verso la produzione delle elettriche ‘ID’, che nessuno vuole.

Non tanto perché sono elettriche, ma perché sono elettriche davvero poco competitive verso le rivali.



Il mercato elettrico va due velocità. Le vendite vanno bene per Tesla, Porsche e i produttori cinesi, più o meno malissimo per tutti gli altri.


Complice una domanda scarsa, visto che per costi ed autonomia, l’elettrico ancora suscita molta diffidenza nei consumatori e un ciclo produttivo completamente diverso dal tradizionale motore endotermico, i colossi dell’auto tradizionale soffrono a livello economico.


Tesla e le nuove compagnie cinesi nate fin dall’inizio per la produzione di veicoli elettrici inoltre non si trovano ad affrontare le difficoltà di marchi come BMW o Volkswagen o GM, che costrette ad un cambio di passo debbono investire su risorse differenti, andando di fatto ad affossare le industrie che fino a ieri supportavano la catena di produzione e di conseguenza influendo negativamente sull’ultimo anello di questa catena, la forza lavoro.


Bosch ad esempio, che da decenni è leader nel settore che fornisce componentistica per brand come Toyota, Ford, GM, BMW e Volkswagen programma di tagliare ben 1’200 operai entro il 2026.

Lo scenario si fa ancora più drammatico se si guarda alle previsioni di ZF Friedrichshafen, che prevede di licenziare entro il 2030 ben 12’000 operai.

ZF produce(va) trasmissioni per quasi qualunque marchio vi venga in mente. Solo che le elettriche non hanno bisogno di un cambio.

Stessa storia per Continental, che prevede tagli sul personale a profusione.



Ovviamente non solo i produttori di componenti come: ammortizzatori, sistemi idraulici o frenanti e via dicendo si trovano in difficoltà, la mobilità elettrica è come un buco nero per le finanze dell’industria automobilistiche tradizionale, che richiede investimenti ingenti ma che per il momento fatica a decollare e si sa, quando un’attività è in crisi, i primi a farne le spese sono i lavoratori.


Tempi duri per la Germania, patria delle maggiori aziende del settore, dove i lavoratori hanno già iniziato a protestare, cercando di difendere il loro diritto al lavoro e la dignità delle loro famiglie.

Ma d’altronde se perfino un mostro sacro come Volkswagen licenzia a botte da 500 persone alla volta, per cercare di recuperare i soldi investiti nel mercato elettrico, c’è ben poca speranza.



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