R.I.P.

Vi descrivo tre situazioni che ricordo con piacere.

Anno circa 2003, garage di un mio caro amico, odore di benzina e olio di motore si mischiano a fumo dello scarico e incrostazioni sul carburatore. Questo prima di arrivare all’asfissiante odore di vernice fresca mista a puzzo di bruciato e chimico che deriva dallo sverniciare completamente un pezzo di carrozzeria per poi riverniciarlo. La mie pelle non è più chiara, le mani sono sporche perché non uso guanti, per gestire al meglio la costruzione di un motore serve la sensibilità delle dita.

Anno circa 2009, deserto del Nevada, Badwater, 86 metri sotto il livello del mare. Temperatura infernale, aria secca e salata (lo è vicino alle distese di sale di Badwater). Tocco il cofano, bollente. Tocco l’asfalto, ustionante. Controllo la pressione e temperatura degli pneumatici, preoccupante.

Anno circa 2013, da qualche parte nel Surrey, Dunsfold Park, circuito di Top Gear, fredda e gelida l’aria, ghiacciata e scivolosa la strada . E’ buio. Scendo dall’auto per fare alcune foto. Mi cade il telefono nella neve, da notare che ho detto NELLA neve e non SULLA neve, lo recupero, finisco di fare le fotografie, risalgo in auto e parto in direzione dell’hotel.

L’elemento in comune a queste tre situazioni era l’orologio al polso. In tutti e tre i casi non era un Casio sportivo, non era di gomma, non era “da battaglia”.

E in tutti e tre i casi non ho neppure pensato di toglierlo, correndo il rischio di sporcarlo, graffialo o rovinarlo perché rimango fedele alla mia politica: le cose vanno utilizzate e godute e trattare per quello che sono. Cose.

Vado pazzo per gli orologi ma continuo a ritenerli uno strumento per sapere che ore sono.

Provo piacere fisico nell’ascoltare un V8 Ferrari in scalata o nel vedere una Dodge Viper ma l’auto è sempre un mezzo per spostarmi da A a B.

Più classe, più eleganza, più divertimento di un autobus, di un treno o di una nave a mio avviso. Ma pur sempre un mezzo di trasporto.

Ecco perché ho percorso 40.000 chilometri in un anno e mezzo con la mia Mazda MX5 del 2001, mentre i precedenti proprietari ne avevano fatti 80.000 in 10.

Non so se le piccole Mazda spider abbiano un’anima, ma se la mia ne ha una so che mi è grata per aver visto le coste della Cornovaglia e la Torre Eiffel.
Mi sarà grata per averla portata a Monaco in mezzo ad auto molto più costose e belle di lei e soprattutto mi sarà grata per aver fatto il possibile per uscire nel minor tempo possibile dal Belgio.

Proprio su queste pagine elettroniche avevo scritto che non l’avrei mai venduta.
Non l’ho fatto. Ma l’ho uccisa.

R.I.P.

 

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